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Anderson, Rabin e Wakeman: continua la leggenda degli Yes

Prima tappa italiana a Roma della formazione inglese. Le altre date a Schio e Arbatax

17 Luglio 2017

La storia degli Yes a partire dalla propria nascita ha sempre avuto una caratteristica particolare. Quella di avere tanti musicisti che si sono avvicendati durante vari periodi e che in vario modo, non senza contrasti e litigi, hanno portato avanti il marchio. Così è capitato nel 2016 di assistere ai concerti italiani degli Yes con Steve Howe alla chitarra, Geoff Downes alle tastiere e Alan White alla batteria. Un anno dopo sono arrivati altri Yes con Jon Anderson alla voce, Rick Wakeman alle tastiere e Trevor Rabin alla chitarra, in pratica la formazione Yes feat Arw. La tappa romana di quest’ultimo ensemble (prima di un tour che toccherà anche Schio il 19 e Arbatax il 22) è stata interessante proprio perché si è tenuta a poco più di un anno da quella degli altri Yes al Teatro Olimpico della capitale. I paragoni sono scontati, ma al tempo stesso non pienamente giustificati. Gli Yes di Howe-Downes-White presentavano uno spettacolo fondato sulla riproposta di due album. Gli Arw (per comodità li chiameremo così) hanno potuto spaziare lungo tutto il repertorio del gruppo. Inoltre va detto che Jon Anderson, nonostante l’usura degli anni, resta sempre la voce degli Yes a dispetto di ogni bravo cantante che affronta il repertorio. Che Rick Wakeman rimane sempre il mostro di bravura circondato come sempre dalla sua decina di tastiere…

di Michele Manzotti   (contiua a leggere)


Rick Wakeman, inimitabile in bianco e nero

5 maggio 2017

Il musicista in piano solo strega il pubblico romano, e preannuncia il ritorno insieme ad Anderson e Rabin

Scherza col pubblico, racconta aneddoti, malgrado l’età e un po’ di appesantimento resta un personaggio estremamente ricco di vitalità. Al Parco della Musica di Roma, una delle tre tappe italiane del suo Piano Portraits Tour, Rick Wakeman ricorda che proprio sul pianoforte sono nate tutte le musiche scritte nel corso della sua lunga carriera. Il modo in cui le presenta, usando solo quello strumento, rappresenta dunque la loro veste originaria. Come una serie di fotografie in bianco e nero, scorrono sotto le sue velocissime dita non solo i successi che lo hanno visto protagonista – tratti da album passati alla storia, come “The Six Wives of Henry VIII” o “The Myths and Legends of King Arthur and the Knights of the Round Table” – ma anche i brani scritti per i musicisti con cui ha collaborato, da Cat Stevens a David Bowie. Fa tenerezza ascoltare “Morning has Broken” in versione strumentale, però quella che Wakeman conferma è una grandissima capacità di improvvisare intorno a quelli che per lui restano come dei canovacci per un attore della commedia dell’arte…

Giorgio Cerasoli    (continua a leggere)


Rick Wakeman incanta al Teatro Colosseo con “Piano Portraits”

3 maggio 2017

Basta vederlo entrare sul palco, senza fronzoli, barba e lunghi capelli bianchi, per sentire da subito il potere taumaturgico del rock e l’aleggiare della grande musica. Un abito a giacca lunga, elegante in lamè colorati, ma rigorosamente in scarpe da ginnastica, Rick Wakeman, storico personaggio del rock fin dagli anni 70, in band come gli Yes e con collaborazioni con i più grandi della storia del rock, David Bowie, per citarne uno, con cui ha composto e suonato alcune delle sue più belle canzoni, è da sempre considerato uno degli eroi delle tastiere e della musica Prog, assieme a Keith Emerson, scomparso recentemente….

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Rick Wakeman, dagli Yes ai live italiani: “Il prog ha liberato la musica, sono pro Brexit”

Mercoledì 3 Maggio 2017

di Claudio Fabretti

«Tutto è cominciato dopo la morte di David Bowie. Mi sono messo al piano per registrare una versione strumentale di Life On Mars? per beneficenza. È diventata una hit-single da n.1 e mi ha spinto a fare un intero disco di piano music». Quello che Rick Wakeman non si aspettava, forse, è che diventasse il primo album piano solo a varcare le soglie della Top Ten britannica. Ora, lo storico tastierista degli Yes potrà proporlo dal vivo al pubblico italiano (oggi a Milano, al Teatro Manzoni, venerdì all’Auditorium di Roma). Che show sarà?

«Il concerto includerà alcuni pezzi di Piano Portraits, ma si estenderà anche a molti altri brani del mio repertorio o degli artisti con cui ho collaborato».

È stato complicato tenere insieme Led Zeppelin, Beatles e Bowie con i temi classici di Debussy e Tchaikovsky?

«Ciò che conta è la melodia. Con una melodia efficace puoi fare variazioni musicali interessanti. L’unico denominatore comune del disco è stato questo». Ha sempre avuto tanti fan qui, che rapporto ha con l’Italia?

«Amo sempre venire in Italia. La mia prima volta fu con gli Strawbs nel 1970, poi tornai con gli Yes nel 1982. A volte furono show un po’ caotici, con il pubblico che abbatteva le transenne. Ma amo l’Italia e quando posso tornare, lo faccio volentieri».

È vero che è anche tifoso del Napoli?

«Sì! Amo molto la città e la sua squadra ha i colori della squadra che tifo in Premiership: il Manchester City».

In passato ha suonato per i Tories. Cosa pensa della Brexit?

«Sono stato a favore della Brexit. Sono per il libero commercio, ma non voglio che le leggi per i cittadini britannici siano fatte a Bruxelles. Ci sono state tante norme sfavorevoli al nostro popolo, molta gente era arrabbiata e ha votato Leave. Ma anche chi faceva fosche previsioni su disoccupazione e crisi finanziarie è stato smentito: il FTSE 100 (l’indice della Borsa di Londra, ndr) è al suo livello più alto, la disoccupazione a quello più basso dal 1974».

Ha appena compiuto 50 anni di carriera, in gran parte nel segno del prog. Che cosa può offrire oggi, il prog, alle nuove generazioni?

«È semplice: la libertà. Il progressive rock ha incoraggiato musicisti di tutto il mondo a essere se stessi e a fare musica con la mente e con il cuore. E spero possa continuare a farlo a lungo».

Che cos’erano gli Yes: alchimia unica o somma di talenti individuali?

«Tutti avevamo un ruolo. Ma il segreto è che ognuno di noi aveva un diverso background e stile musicale. Mescolando tutto ciò, uscivano gli Yes».

Ci ha lasciato un altro grande musicista: Keith Emerson. Negli anni 70 si era creato un dualismo con lei…

«Keith e io abbiamo sempre pensato che fosse molto stupido. Eravamo musicisti completamente diversi: era come paragonare un portiere a un attaccante. Il suo suicidio mi ha sconvolto, eravamo ottimi amici e ci apprezzavamo molto, ma penso che nessuno di noi sia mai stato influenzato dall’altro».

Per chiudere, un pensiero su Bowie…

«La morte di David è stata un colpo durissimo per me. Gli sono riconoscente per averci lasciato tanta splendida musica, ma anche arte, moda, ricordi… Per tutto».(Ha collaborato Valerio D’Onofrio)